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MERCOLEDÌ DELLE CENERI 22 Febbraio 2012
«Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo»
II centro dell'Anno liturgico è la Pasqua. In essa trova compimento la promessa di riconciliazione tra Dio e il mondo. Questo incontro va preparato e a ciò mirano gli inviti fin dall'inizio del cammino quaresimale: «Laceratevi il cuore e non le vesti», «Lasciatevi riconciliare con Dio» e, ancora: «Convertitevi e credete al vangelo». II risvolto esistenziale della riconciliazione donata è una inversione di rotta nella vita, un cambiamento di direzione deciso verso Dio. Il linguaggio biblico parla di “cambiamento del cuore”, intendendo con esso il nucleo più intimo della persona, là dove noi siamo segnati dall'immagine e somiglianza con Dio. Se le persone non riescono a cambiare nel loro cuore, nulla neppure nel mondo potrà cambiare. Il cambiamento che può trasformare il mondo inizia dentro noi stessi. E per un cristiano questa conversione del cuore non si riduce a qualcosa di esteriore, a pratiche devozionali o a qualche gesto di beneficenza. Non è questione di apparire, ma di una scelta di fondo sul come orientare e impostare la propria vita. La liturgia è la fonte e il culmine della vita della Chiesa e anche della vita interiore di ogni singolo credente. In essa si fa “memoria” del mistero che salva l'umanità, memoria di una Presenza che ci può trasformare, la cui radice sta nella morte-risurrezione di Gesù. Questa memoria del suo “passaggio” è per noi promessa di nuova vita: da qui nasce per il cristiano ogni speranza vera, la speranza soprattutto di un futuro che può venirci soltanto da Dio. Sarà questa speranza ad animare le nostre giornate, i nostri progetti, le nostre azioni? Lasciarci riconciliare con Dio è fin dall'inizio del cammino quaresimale l'invito ad aprire il cuore, a non lasciarlo indurire, affinché possiamo essere capaci di comunione, di condivisione, di accorgerci che Dio cammina con noi e che vuol renderci ogni giorno Suo “popolo”, Sua “famiglia”, insieme. Secondo i dizionari, il vocabolo persona deriva dal greco prósōpon, cioè maschera dell'attore. La maschera serviva agli attori per assumere le sembianze dei personaggi che interpretano. Pare di capire che, ad un certo punto, persona e maschera si sono sovrapposte, al punto che la persona altro non sarebbe che un attore che cerca di recitare, al meglio, la parte che la vita gli ha assegnato. La questione, al giorno d'oggi, si è, poi, ingarbugliata per via delle recite virtuali che occupano l'etere in lungo e in largo. Non sono pochi quelli che si nascondono dietro la maschera del computer o del telefonino per dare, di sé stessi, un'immagine che non corrisponde alla realtà. In questo turbinio di maschere, il carnevale più bello da vedere sarebbe quello di uomini e donne che sfilano così come sono, che si vestono senza firme, che parlano come mamma ha insegnato loro, che hanno un corpo fatto di carne ed ossa senza aggiunte di silicone o di altri interventi estetici. Il carnevale tradizionale finiva con il rogo di un fantoccio, il re della baldoria, considerato il responsabile dell'epidemia di folle violenza. Per questo motivo il carnevale viene definito come una rivolta e non una rivoluzione. La rivolta è un cambiamento provvisorio dell'ordine che ha, come risultato finale, il ristabilimento dello stesso ordine. Una rivoluzione è, invece, un cambiamento irreversibile di un ordine. La Quaresima è rivoluzione, perché richiede un impegno per il cambiamento (conversione) irreversibile della situazione e del comportamento non solo personale, ma anche, e soprattutto, comunitario. Certo, Quaresima vuol dire sacrificio, ma lo sforzo quaresimale non è fine a sé stesso. L'obiettivo della Quaresima è la Pasqua, una festa superiore a quella del carnevale perché è Vita permanente di libertà e giustizia. Comincia una nuova Quaresima e s’impone, innanzitutto, il bisogno di dare un senso a questo tempo dell’Anno liturgico. Tempo forte, tempo troppe volte accomunato alla tristezza della rinuncia, della penitenza e del sacrificio, esso rischia di generare fin dalle prime battute più una sensazione di rigetto che di adesione convinta ed entusiasta. E, allora, bisogna dirlo subito, la Quaresima può essere vissuta in modo ben diverso da quello solitamente evocato: come un dono, come una grazia, come un’occasione per ritrovare il senso, l’armonia, la bellezza della propria esistenza, come una “primavera”. Chi non ha provato il bisogno di riprendere fiato, la necessità di fermarsi per fare il punto, il desiderio di un po’ di solitudine per ritrovare un po’ di pace e di riposo? Chi non ha avvertito la voglia di distendere le vele, di ricaricare le batterie, di prendere un po’ di distanza dalla vita di ogni giorno per leggere con maggiore lucidità e saggezza quanto stava accadendo? Ora l’Anno liturgico propone ai cristiani questo tempo di 40 giorni perché ognuno risponda ad un appello interiore e ritrovi un’esistenza abitata nel profondo dalla presenza di Dio, ispirata da un senso, da una direzione, guarita dalle ferite ricevute e provocate, riconciliata con quanti vivono accanto a noi. «Lasciatevi riconciliare con Dio! ... Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (Seconda Lettura). «Convertitevi e credete al Vangelo!» (Mc 1,15). Con questi due imperativi la Comunità cristiana è convocata per accogliere l’azione misericordiosa di Dio e ritornare a Lui. Il rito di imposizione delle ceneri può essere considerato una specie di iscrizione al catecumenato quaresimale, un gesto di ingresso nello stato di penitenti. Nei testi della Liturgia la penitenza si esplicita nella pratica del digiuno. Sobrietà, austerità, astinenza dai cibi sembrano anacronistici in questa società che fa del benessere e della sazietà il proprio vanto. Ma è proprio questa sazietà che rischia di renderci insensibili agli appelli di Dio e alle necessità dei fratelli. Per il cristiano il digiuno non è prodezza ascetica, né farisaica ostentazione di “giustizia”, ma è segno della disponibilità al Signore e alla sua Parola. Astenersi dai cibi è dichiarare qual è l’unica cosa necessaria, è compiere un gesto profetico nei confronti di una civiltà che in modo subdolo e martellante insinua sempre nuovi bisogni e crea nuove insoddisfazioni. Prendere le distanze dalle cose futili e vane significa ricercare l’essenziale: affidarsi umilmente al Signore, creare spazi di risonanza alla voce dello Spirito. Il digiuno, perciò, riguarda tutto l’uomo ed esprime la conversione del cuore. Rinnegare se stessi (cfr. Mt 16,24) non è moralismo o mortificazione delle energie vitali, ma è cessare di considerare se stessi come centro e valore supremo. In questo decentramento da sé, Cristo attua ancora la sua vittoria sul male e l’uomo viene rinnovato a somiglianza di Lui. In seno al popolo di Dio, il digiuno fu sempre considerato come una pratica essenziale dell’anima religiosa; infatti, secondo il pensiero ebraico, la privazione del nutrimento e, in generale, di tutto ciò che è gradevole ai sensi, era il mezzo ideale per esprimere a Dio, in una preghiera di supplica, la totale dipendenza di fronte a lui, il desiderio di vedersi perdonato e il fermo proposito di cambiar condotta. Tuttavia, di fronte all’aspetto formalistico istintivo che il digiuno aveva preso, i profeti hanno ricordato il primato dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Nell’azione ecclesiale del digiuno c’è la presenza del Signore, senza del quale le opere dell’uomo sarebbero un’auto-glorificazione. In forza di questa presenza il digiuno della Chiesa non è mesto e lugubre, ma gioioso, festivo. Digiunando, la Chiesa esprime la propria vigilanza e l’attesa del ritorno dello Sposo (cfr. Mc 2,18-22; Mt 9,14-15; Lc 5,34-35). Se da una parte lo Sposo è sempre presente alla sua Sposa, dall’altra questa presenza non è ancora piena e va, dunque, preparata e sollecitata. La rottura definitiva del digiuno avverrà quando tutti saranno commensali al banchetto del Regno (Is 25,6). Il digiuno non si fa per “risparmiare”, cioè per motivi economici, o per perdere qualche chilo in più, ridando vigore alla bellezza esteriore, ma per amore di Dio. Un amore che si fa preghiera, ma che reclama la sollecitudine per il prossimo, la solidarietà con i più poveri, un maggiore senso di giustizia (cfr. Is 1,17; Zc 7,5-9). «Il nutrimento di chi ha bisogno sia sostenuto dai nostri digiuni» (S. Leone Magno). In questo senso sono lodevoli le iniziative individuali e comunitarie per una “Quaresima di fraternità”; e la partecipazione alla Cena del Signore diventa un gesto di povertà, di pentimento, di speranza, di annuncio. Chi partecipa seriamente alla Passione del Signore, tutt’oggi viva nei poveri della terra, sa che il ritorno al Padre (quello personale, come quello della Comunità) è cominciato, e che nella mortificazione della carne può fiorire lo Spirito della risurrezione e della vita. Sulla scia dell’odierna pagina evangelica si possono verificare le espressioni di una vita di fede autentica: carità fraterna, preghiera, digiuno. E’ questo «il trinomio per cui sta salda la fede... Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia è la vita del digiuno. Nessuno le divida... Chi prega digiuni... Chi digiuna comprenda bene cosa significa per gli altri non avere da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno...» (S. Pietro Crisologo). Chi pone questi segni sa che il ritorno al Padre è cominciato e che la risurrezione e la vita sono già germogliate. In ogni caso, sembra opportuno suggerire le forme migliori di digiuno: digiuno dalle troppe parole, digiuno dalla televisione, digiuno da qualche divertimento poco edificante, digiuno dalle troppe ore trascorse davanti al computer, digiuno da tutto ciò che è superfluo, ecc. La Liturgia di quest’oggi è segnata dal rito dell’imposizione delle ceneri, che dà il nome al giorno stesso. È opportuno che venga brevemente richiamato quello che esse rappresentano. Le ceneri sono il simbolo eloquente del fallimento, di ciò che è stato bruciato, consumato, distrutto. Le ceneri parlano del nostro peccato, della nostra fragilità, di ciò che ha intaccato e deturpato la nostra vita. Per questo ricevere le ceneri sul capo equivale a riconoscere il male che è in noi, ad esprimere dispiacere, a manifestare il pentimento. Ma le ceneri non sono solo questo. Lungi dall’essere inutili, esse permettono di ottenere un bucato bianco e profumato (la lisciva delle nostre nonne) e, sparse nei campi in primavera, assicurano alla terra una nuova fecondità. Il gesto dell’imposizione delle ceneri ha in sé una carica emotiva e simbolica straordinaria cui le parole di chi presiede la celebrazione, nelle due formule possibili, danno il senso liturgico ed ecclesiale. È pertanto necessario predisporre le ceneri in luogo opportuno, come segno semplice ma ben visibile (ovviamente non sull’altare!!!). Si suggerisce, inoltre, di illustrare il senso delle ceneri secondo la formula di benedizione e imposizione scelta, sulla linea della benedizione dei fedeli che si dispongono al rinnovamento attraverso l’itinerario spirituale della Quaresima (I formula), oppure delle ceneri segno del destino dell’uomo e della nuova vita a immagine del Risorto (II formula). Si sottolinei la opportunità offerta da Dio che si fa compagno e guida nel cammino di cambiamento e di avvicinamento a lui. Una sobria ma solenne Liturgia accoglie anche la difficoltà di accettare le realtà scomode e aiuta a trasformare in preghiera e pellegrinaggio il cammino per ricevere il segno penitenziale delle ceneri. Un po’ lungo tutta la celebrazione, le pause di silenzio e i canti appropriati favoriscono la riflessione e la preghiera, creando così anche uno “stacco” rispetto al clima del carnevale, appena concluso. Con il rito dell’imposizione delle ceneri la Quaresima indica l’atteggiamento “penitenziale” che deve contraddistinguere il cammino cristiano verso la Pasqua. Non si tratta di una pratica devozionistica, per quanto significativa, ma di un deciso orientamento esistenziale. I testi della Scrittura della Liturgia odierna sono un invito forte e chiaro per una “scelta fondamentale”, sulla base della fiducia e della Misericordia di Dio. Al centro della Liturgia della Parola non stanno, infatti, le opere penitenziali del credente, ma l’annuncio dell’Amore di Dio, «che vede nel segreto». Accogliere il Vangelo e convertirsi significa trasformazione interiore, prima e più che esteriore. Preghiera, penitenza e carità saranno frutti autentici di un cuore convertito solo se scaturiranno dal profondo dell’essere e se costituiranno la “verità” del nostro essere, più che del nostro “apparire”. Il rito dell’imposizione delle ceneri è un gesto pasquale: l’ulivo è simbolo di Cristo. La cenere che da esso si ottiene può essere considerata come la sua essenza. L’imposizione delle ceneri d’ulivo diventa allora l’augurio ad incorporare sempre di più nella nostra vita quella pasquale del Signore risorto. Per attuare tutto ciò la Parola di Dio e, in modo particolare, il Vangelo di oggi, tracciano il programma da seguire con l’avvertimento a non far opere di fronte agli uomini. Questo atteggiamento ha come esito il fatto che chi così agisce non ha più null’altro da attendersi dopo l’ammirazione umana ottenuta, perché è chi agisce nel segreto che ottiene la ricompensa del Padre. Chi fa il bene di fronte agli uomini li costituisce giudici della propria vita e fa di Dio solo lo strumento per ottenere l’ammirazione umana. L’imposizione delle ceneri deve diventare occasione per riscoprire il peccato che esiste nella storia, riconoscere la sua presenza in noi e confessare questa rottura con Dio davanti alla Chiesa.
CANTI Introito: A te veniamo (Domeniche di Quaresima/C); Dono di grazia (A. Ortolano); Penitenza! Penitenza! (Lourdes. Chant Messe 2007); Un tempo di grazia (Domeniche di Quaresima/B); E’ tempo di grazia (Tempo di grazia); Ecco il tempo favorevole (Nella luce del Risorto); Questo è il tempo (Parla Signore); Tempo di salvezza (E’ risorto Gesù); Dio ci offre il suo perdono (AdV 1/2004); Donaci, Signore, un cuore nuovo (RNCL); Dono di grazia (RNCL); Il Padre ci ha chiamati (RNCL); Il tuo amore, Signore (NcdP). Intr. Liturgia della Parola: Ascolta e vivrai (Parla Signore). Imposiz. ceneri: Pietà di me, o Dio (Celebriamo Cristo); Salmo 50 (DDML); Venite a me con tutto il cuore (Domeniche di Quaresima/C); Purificami, o Signore (RNCL); Un tempo di grazia (Domeniche di Quaresima/B); Io verrò a salvarvi (NcdP); Un cuore nuovo (Vita nuova con te); Crea in me un cuore puro (Aprite le porte a Cristo); Vi darò un cuore nuovo (DDML); Il peccatore dolente (Perdono mio Dio); Perdono mio Dio (Perdono mio Dio); Misero cor (Perdono mio Dio). Presentazione dei doni: Padre di misericordia (Sacerdote per sempre); Fame e sete di Cristo (Nella luce del Risorto); Ascolta, Creatore pietoso (O Croce nostra speranza); Ascolta Signore (Tempo di grazia); Accogli, o Dio pietoso (La vita risorge); Se tu mi accogli (RNCL); Lui verrà e ti salverà (DDML). Comunione: Mostraci, Signore, il tuo cammino (A. Ortolano); Perché nascere ancora? (Domeniche di Quaresima/B); Chi mi seguirà (RNCL); Nel deserto camminiamo (Domeniche di Quaresima/C); Tu ci sei Padre (Canterò al Signore); Ora vengo da te (Chiesa. Incontro di amici). Congedo: Attende, Domine (RNCL); Padre perdona (NcdP); Per la tua Croce (Nel canto di te); Ti seguirò (RNCL); Insegnami la strada (Tempo di grazia).
PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA - B 26 Febbraio 2012
In questo tempo che tu ci offri si compia in noi la vera conversione
Un nuovo cammino verso Pasqua è iniziato. La meta che sta dinanzi alla Chiesa significa rinnovamento e storia nuova. Per raggiungere un traguardo, lo sappiamo per esperienza, non è sufficiente un entusiasmo superficiale o una volontà generica: occorre un impegno preciso, una lunga e laboriosa preparazione. Il rinnovamento della propria vita non è affare di un momento, ma è frutto di sacrificio, di costanza, di pazienza. La Quaresima è l'opportunità che Dio ci offre. Nel deserto, dove Gesù si prepara alla sua missione, avviene lo scontro con Satana, uno scontro che riemergerà in tutto il vangelo secondo Marco. L'opera del Figlio di Dio, infatti, manifesterà progressivamente ciò che lo scarno episodio di Marco in certo senso anticipa: il forte (= Satana) sarà incatenato e vinto dal più forte (= Gesù; cfr. Mc 3,27). La presenza di Gesù fa arretrare il dominio del male e diventa il segno palese dell'avvento del Regno di Dio. In altri termini, con Gesù è finalmente giunto il tempo in cui Dio prende in mano la storia in modo decisivo per dirigerla verso il suo radicale rinnovamento. L'accenno del Vangelo alla pacifica coabitazione di Gesù con le fiere (v. 13) richiama la visione dell'Eden, in cui la creazione è in perfetta armonia con l'uomo. Con Gesù, nuovo Adamo, l'umanità entra nella riconciliazione annunciata dai profeti per gli ultimi tempi (cfr. Is 11,6; 65,25). Con Gesù che porta a compimento nella sua persona la fedeltà di Noè – l'uomo giusto che salva l'avvenire del mondo (Prima Lettura) –, la storia degli uomini si apre verso un nuovo futuro. In questo quadro sono da collocare le prime parole della predicazione di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino [= è presente]; convertitevi e credete al vangelo». Quando Dio irrompe nella storia o nella vita di un uomo (Noè, Abramo, Mosè, i profeti...), avviene un profondo cambiamento: mutano progetti, prospettive, abitudini, legami. Il perentorio appello di Gesù alla conversione si giustifica per il fatto che se è giunta la salvezza, se Dio si è fatto vicino bisogna disporsi ad accoglierlo senza indugi e resistenze per partecipare alla novità che Egli prospetta. Convertirsi significa volgersi a Dio in modo incondizionato, invertire la rotta del proprio cammino, cambiare mentalità. Non si tratta solo di rinunciare al peccato, ma di dare un orientamento nuovo alla propria vita aderendo al Vangelo. Uno sguardo lucido e schietto alla nostra esistenza di cristiani può far emergere situazioni di compromesso e di comodo, valori inconsistenti, prospettive sbagliate, buone abitudini senza convinzioni di fondo, sottomissione passiva agli idoli del mondo. Solo «chi si riconosce bisognoso di essere salvato da Dio e si lascia trasformare dal di dentro, diventa capace di rinnovare la sua esistenza e il mondo» (CdA, pag. 54). Una duplice tentazione si può insinuare: quella di sentirsi abbastanza “a posto”, di essere sufficientemente buoni e quella di non assumersi la fatica di cambiare scegliendo ciò che è più facile e meno impegnativo. Lasciar cadere la proposta pasquale di Dio è rimanere preda delle proprie illusioni e, in definitiva, delle proprie schiavitù, anche se dorate. Noè è l'uomo «trovato giusto» (Gn 7,1) perché, messo alla prova (deve costruire l'arca senza conoscere le precise intenzioni divine e subire la derisione), ha fiducia e crede; per questo diventa l'uomo col quale Dio riannoda la sua opera di salvezza. Nell'acqua del battesimo Dio pronuncia il suo giudizio di condanna sul peccato e fa rinascere il mondo rinnovato di una umanità fedele. Il Battesimo realizza totalmente ciò che il diluvio ha prefigurato: è il “diluvio” che sancisce l'impegno di sottomettere a Dio tutta l'esistenza (Seconda Lettura). Come Noè e Gesù, i battezzati sono coloro con i quali Dio fa alleanza in vista di un mondo e di una storia nuova. Ma l'alleanza è un dono che esige fedeltà continua. La conversione è precisamente l'abbandono del peccato che compromette la sopravvivenza dell'uomo e del mondo; è combattere ogni forma di malvagità e ingiustizia dentro e fuori di noi; è volgersi a Dio con una coscienza rinnovata per partecipare alla risurrezione dì Cristo. Inseriti nel dinamismo della salvezza, i battezzati sono responsabili dell'annuncio del Regno presente nella novità del Vangelo. Solo allora la Quaresima farà emergere più nitidamente di fronte al mondo quei fermenti di novità che testimoniano la fecondità della fede e la forza rinnovatrice «di ogni parola che esce dalla... bocca» di Dio (oraz. dopo la comunione). La Quaresima è il tempo in cui si fa memoria viva del proprio Battesimo. Ciò implica una consapevolezza sempre più chiara della vocazione divina, della nostra condizione di figli. Nessuno però ha ricevuto una fedeltà irreversibile. La nostra vista miope rischia di ingigantire la consistenza delle cose; i nostri desideri sono sollecitati da suggestioni che falsano le prospettive. Gli idoli di sempre si propongono come pienezza e realizzazione dell’uomo. L’avere, il potere, il valere, quando impongono la loro logica, generano solo chiusura, delusione, vuoto, conflitti. La storia dell’umanità documenta in modo drammatico la potenza devastatrice degli idoli del mondo. Su scala minore, nel nostro ambiente e nella nostra vita, siamo testimoni degli effetti prodotti dalla sete di denaro, dall’ambizione e dal potere: ingiustizia, menzogna, odio, violenza, incomprensione tra coniugi o tra genitori e figli. Il credente, come Cristo, affidandosi alla Parola di Dio testimonia e conferma la fecondità della sua scelta. Suo unico Signore è Dio e a Lui solo presta il suo culto filiale. Scegliere Dio è certamente scomodo e lo scontro può fare paura; ma la vittoria di Cristo pervade di ottimismo chi ha aderito a Lui. La meta della Quaresima è giungere a vivere e a partecipare al dono del risorto nell’Eucaristia della Veglia Pasquale. Come cristiani verifichiamo come viviamo gli impegni battesimali e come ci conformiamo a Cristo, Signore e Maestro. Tempo favorevole per l'ascolto della Parola di Dio, l'itinerario quaresimale ci offre, non solo attraverso le letture bibliche, ma anche nei testi eucologici, una mensa ricca e abbondante di nutrimento spirituale, una lampada che illumina i nostri passi per seguire i sentieri del Signore e rettificare il nostro cammino. È bene privilegiare l'ascolto profondo e continuo della Parola di Dio che ci è offerta dal Lezionario domenicale e feriale, sia a livello personale, sia comunitario. Questo ri-chiede una maggior cura dei lettori, perché lo stesso modo con cui proclamano le letture, cioè dignitosamente, a voce alta e chiara, favorisce una buona trasmissione della Parola di Dio all'assemblea. Occorrerebbe, inoltre, educare i fedeli all'ascolto, invitandoli con un'opportuna, breve ed essenziale monizione, a non leggere individualmente i foglietti o altri sussidi messi a loro disposizione, ma volgendo lo sguardo e l'orecchio a colui che legge dall'ambone, perché nella liturgia è Dio stesso che «parla al suo popolo e Cristo annunzia il suo Vangelo, il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera» (SC 33). Spesso le nostre assemblee liturgiche, durante la Liturgia della Parola, si riducono a sale di lettura, che mostrano così non solo poco rispetto alla dignità di questo significativo momento dialogico tra Dio e il suo popolo, ma anche un evidente controsenso del ministero del lettore e della dimensione antropologica stessa dell'ascolto. Infatti, chi ascolta, guarda il volto della persona che gli sta parlando e porge l'orecchio alla sua voce, facendo attenzione alle sue parole. Tutto il corpo è coinvolto e partecipa esprimendo con la postura seduta, con il silenzio delle labbra, con la tensione del cuore e della mente, l'accoglienza attesa e colma di fede del Verbo di Dio. La bocca, rispondendo e cantando, esprime l'adesione gioiosa e totale alle parole di vita annunciate. Per valorizzare ulteriormente l'importanza dell'ascolto della Parola di Dio e rendergli onore, si potrebbe curare la processione d'ingresso con l'Evangeliario e con austera solennità la processione dall'altare all'ambone al momento della proclamazione del Vangelo, secondo le indicazioni dell'Ordinamento Generale del Lezionario Romano, nn. 17 e 18. L’elemento metodologico del cammino quaresimale è offerto dal deserto, luogo dei quaranta giorni capaci di recuperare l’autenticità di Israele che da massa diventa popolo e la verità sulla nostra persona. Il prefazio di questa Domenica recupera tutta la ricchezza della Parola di Dio inserendola dentro un percorso che dalla rinuncia sfocia nell’impegno della fedeltà al progetto di Dio. Con il digiuno di quaranta giorni egli consacrò l’istituzione del tempo quaresimale, tempo di conversione e di salvezza. E’ questo il tempo nel quale siamo invitati a ritrovare noi stessi riconfrontandoci con Gesù Cristo che ci rivela chi siamo e chi dobbiamo essere; come siamo e come dobbiamo essere. L’identità della persona non è data dalla realtà, ma dalla sua vocazione. Non è affatto opportuno celebrare i Battesimi durante la Quaresima; il momento giusto dei Battesimi è la Veglia pasquale o il tempo di Pasqua! A.P.P.
CANTI Introito: M’invocherà e il lo esaudirò (Domeniche di Quaresima/A); Dono di grazia (RNCL – A. Ortolano); Il Padre ci ha chiamati (AdV 1/2004); Dio ci offre il suo perdono (AdV 1/2004); A te veniamo (Domeniche di Quaresima/C); Ecco il tempo favorevole (Nella luce del Risorto); Questo è il tempo (Parla Signore); Un tempo di grazia (Domeniche di Quaresima/B). Aspersione: Io vi aspergerò (Domeniche di Quaresima/B); Con acqua pura (Parla Signore); Vi darò un cuore nuovo (DDML - EDC); Un cuore nuovo (Vita nuova con te). Intr. Liturgia della Parola: Vieni, popolo mio (Tempo di grazia). Presentazione dei doni: Fame e sete di Cristo (Nella luce del Risorto); Ascolta, Creatore pietoso (O Croce nostra speranza); Accogli, o Dio pietoso (La vita risorge); Perché nascere ancora? (Domeniche di Quaresima/B); Il deserto era arso e infuocato (Salmi e cantici spirituali). Comunione: Non di solo pane (Non di solo pane); Resta con noi Signore la sera (Turoldo, De Marzi); Nel deserto camminiamo (Domeniche di Quaresima/C); Su ali d’aquila (DDML). Ringraziamento: Alzerò i miei occhi (Tu sarai profeta); Lui verrà e ti salverà (DDML); Custodiscimi (DDML). Congedo: Non mi abbandonare (NcdP); Insegnami la strada (Tempo di grazia); Attende, Domine (RNCL); Padre, perdona (RNCL). |








